Esteriormente è un libro splendido, con rifiniture oro su sfondo rosso antico, le riproduzioni degli otto arcani maggiori dei tarocchi di cui si parla nel libro sono nella bandella…e basta. Purtroppo stavolta Kate Mosse sforna un libro di una noia e di una prevedibilità irritante; la struttura narrativa è la stessa del libro precedente, “I codici del labirinto”. Due storie apparentemente parallele, ma con un punto d’unione, si svolgono in Francia, una nel 1891, l’altra ai giorni nostri; una ha come protagonista Léonie Vernier e l’altra Meredith Martin. Le loro esistenze sono legate da un particolare mazzo di tarocchi, che sarà decisivo per alleviare la sfiga familiare che le affligge. Se si parte dal fatto che nelle prime quattrocento pagine non succede praticamente nulla, se non un’uccisione legata alla presentazione del “cattivo” legato al passato, arrivare fino alla fine è stata una vera sfida per rimanere sveglio, roba che a volte mi sembrava di lottare contro un sonnifero. Se vi chiedete chi me lo ha fatto fare vi chiedo intanto di guardare il prezzo del libro… Non riuscivo a crederci neanche io, ma, effettivamente, dopo le prime quattrocento pagine qualcosa cambia, certo che se la Mosse avesse alleggerito la storia il libro ne avrebbe guadagnato parecchio. Delle due protagoniste sinceramente trovo Léonie (la protagonista della storia del passato) terribilmente irritante, sembra il catalizzatore della sfiga totale familiare, viene dipinta come una bambina viziata che, con il suo comportamento simil-ribelle, combina cose che porteranno sventura e morte intorno a lei. Insomma, una che se la incontrate per strada toccate ferro e fate gli scongiuri di rito. Però tocca dire, d’altro canto, che anche l’altra protagonista in fatto di sfiga non scherza, perché Meredith ha una storia familiare caratterizzata da pazzia e morte; si trova in Francia per delle ricerche su Debussy, almeno come scusa ufficiale, ma in realtà cerca le tracce della sua famiglia d’origine e una possibile spiegazione alla follia della madre biologica. Troverà sulla sua strada un mazzo di tarocchi semi-stregato, un bellissimo ragazzo con cui comincerà una storia d’amore, l’origine della sua famiglia e un’esperienza semi-ultraterrena che risolverà un mistero legato alla morte del padre del suo futuro ragazzo, e scusate se è poco… Naturalmente il tutto nelle ultime duecento pagine. Quindi, se vi è piaciuto il primo libro della Mosse, questo lo potete tranquillamente evitare, anche perchè, a parte il cambio dei protagonisti, praticamente è uguale… E se leggete la trama scritta dalla Piemme sul dorso, sinceramente non so quale sia il libro da cui l’hanno tratta ma di sicuro non si tratta di questo.
L’ottavo arcano – Kate Mosse