Ci sono film che hanno la presunzione di raccontare storie, utilizzando massicce dosi di effetti speciali, cercando di ingabbiare lo spettatore in trame intricate con soluzioni che a volte sorpassano la realtà, cadendo nel ridicolo, esercitando appunto “l’immodestia” di raccontare qualcosa, come se fosse indiscutibilmente importante e per questo necessariamente ben fatto.
E ci sono altri e purtroppo pochi film, che con estrema eleganza, umiltà e una buona dose di sobrietà, vogliono solo raccontare una storia, per quello che è, per quello che rappresenta, in quello spazio, in quel momento, senza rinunciare alla profondità del messaggio che si vuole comunicare.
Babadook, prima opera della regista Jennifer Kent, appartiene alla seconda categoria e racconta la storia di una donna vedova e madre, Amelia, e di suo figlio Samuel, prossimo a compiere sette anni.
Amelia prima di essere madre è vedova: lo si capisce dai rapporti spenti e distaccati che ha con suo figlio Samuel, con la malata e anziana vicina di casa, con sua sorella e sua nipote. Ma è la sua casa che parla per lei: lenzuola nere, pareti scure, fiori scuri, nessuna foto. Il mondo di Amelia e Samuel è composto da tutte le variazioni cromatiche del nero e non lascia spazio alla gestione genuina dei sentimenti sui quali si fonda il rapporto madre-figlio.
Amelia non riesce a perdonare il figlio per quello che è accaduto al marito, morto in un incidente stradale mentre la stava accompagnando in ospedale per il parto. È così che la madre, non elaborando il lutto per sette anni, richiudendosi esclusivamente in se stessa e nel
suo mondo grigio, trasmette al figlio le preoccupazioni e le paure che appartengono al mondo degli adulti. Samuel avrebbe bisogno di una madre che gli facesse sentire, e soprattutto pesare il meno possibile, la mancanza del padre, invece qualsiasi aspetto di quotidianità che implichi la manifestazione di un qualsiasi sentimento diventa situazione di tensione. Si avvicina inesorabilmente ad uno scontro. Samuel non è mai stato festeggiato nel giorno del suo compleanno, perché coincide con l’anniversario della morte del padre.
Tutta questa insicurezza ed incertezza nel futuro, unite ad una condizione di vita non certo agiata, determinano in Samuel un’irrequietezza che si manifesta sia a livello comportamentale -problemi di relazione con i coetanei- che nel profondo del suo inconscio. Nella casa c’è una presenza “Babadook”. Li minaccia, ogni notte, sempre di più. Samuel riuscirà a convincere la madre della pericolosità dell’uomo nero per le loro vite?
Amelia sarà in grado di convogliare le ultime forze psicofisiche che le rimangono -non riesce a dormire da diverse settimane- per proteggere il figlio da Babadook? Soccomberà alla realtà dei fatti o, da leonessa, estrarrà gli artigli per proteggere il sangue del suo sangue?
Con uno stile registico impeccabile, che non lesina nel fornire allo spettatore numerosi dettagli, con una cura nei particolari che mancava in pellicola da anni, Jennifer Kent crea un piccolo capolavoro destinato a diventare culto. Un horror psicologico d’altri tempi dove la fotografia è l’utilizzo del colore richiamano alla mente Mario Bava ed il primo Dario Argento.
Babadook non è solo un horror gotico, è un’approfondita analisi del rapporto tra madre e figlio, un’impietoso specchio di quanto l’essere umano possa essere fragile quando è solo e ha la percezione di essere abbandonato. Una condizione che può portare chiunque a compiere il più orribile dei crimini possibili. Uccidere.
Ottima la recitazione di Essie Davis, nella parte di Amelia, e del piccolo
Noah Wieseman, Samuel.
Alla fine della visione rimane l’amaro in bocca perché si ha l’impressione di avere osservato quanto possa essere profondo l’abisso che si cela dentro ad ogni essere umano: un abisso senza fondo, inconoscibile nella sua integrità e pertanto estremamente inquietante.
Babadook (2014 – Jennifer Kent)