“His Master’s Void” è il nuovo lavoro targato F.ormal L.ogic D.ecay e si presenta come “una decostruzione musicale” (“Deconstruction and re-arrangement in a contemporary way of old XX century songs”) un caleidoscopio musicale, dove sfilano, come macabre modelle, sperimentazioni manipolatrici di suoni e spunti altrui (e non i soliti nomi noti della “scena oscura”, bensì Astor Piazzolla, Fred Buscaglione, Robert Johnson, Kurt Weill, Henry Burr e George Gershwin!).
Certo, il punto di partenza rimane una volontà apocalittica di decostruzione (ma non pedissequamente marziale, e sta qui la differenza rispetto ad altri act…) spesso gli spunti teatrali sono interrotti da voci straziate e tese allo spasimo, con asincronie ritmate (“Are You Lonesome Tonight”) o fumose sperimentazioni jazz funeree che poi virano su un tango funestati da frequenze (“Balada Para Mi Muerte”); il contrasto che si viene a creare tra parti più “soffuse” e le sperimentazioni che vertono su fischi e abrasioni ruvide sono uno degli aspetti più interessanti e concettuali dell’album (“Nuclear Love at Tiki Bar”). Risulta difficile etichettare il genere della band, così come citare le singole estrapolazioni (per l’esempio l’intro di “Summertime” potrebbe persino essere etichettato come “avantgarde black” che poi si tramuta nella nota melodia gershwiniana!). “Drunken Hearted Man” è sicuramente un esempio davvero interessante e non convenzionale di come si possa ri-arrangiare in chiave noise e “frequenziale” un artista come Robert Johnson o in “Guarda che Luna” (davvero incredibile, rifatta a questo modo, si tramuta in una sorta di ballata post-industriale romantica… con suoni da sala di rianimazione. Anche l’approccio di “Ballad of the soldier’s wife” ha una vena romantica e malinconica ed è davvero una splendida rielaborazione, anche per le diverse sfumature e approcci vocali) come invece in “Mack the Knife” a prevalere è un certo mood carnevalesco e circense.
Tutte le frequenze e i “cambi di umore” sono però resi con una certa omogeneità, sicché malgrado la pesantezza e lo stridore di certi arrangiamenti a prevalere è comunque un senso di armonia o di “caos organizzato” se si preferisce, come se il magma pulsante venisse disteso in forme modulate e ragionate: per intenderci, l’effetto non è mai “gettiamo i suoni a casaccio”, ma tutto è sempre equilibrato e dosato: de-costruire per ricostruire nuovamente.
Sicuramente la proposta resta concettuale e volontariamente lontana dalle proposte “trendy” del settore (si veda un certo abuso che si è commesso anni fa e che poi si tramuta in stereotipo frivolo, nelle atmosfere marziali/apocalittiche). Nell’intervista ho voluto associare la band all’idea di teatro non-teatro di Carmelo Bene; se avete presente le sue opere, potreste sicuramente capire l’antifona anche per la proposta musicale di F.L.D.: anarchia sonica, sperimentazione spesso selvaggia, dadaismo musicale (chissà che ne direbbe Tzara), fuori da ogni preconcetto su come possa suonare un cd.
Tutto ciò che è definito è destinato a finire.
L’approccio che Luigi e Nicola scelgono di avere per la loro musica è la pura Non-Definizione.
F.ormal L.ogic D.ecay – His Master’s Void
