L’inguine di Daphne: un monicker quasi surrealista, per una musica che viva e pulsa decadentismo (Viva per sempre, davvero cupissima, infestata da un’atmosfera spettrale, che si desta solamente sul controcanto ammaliatore femminile), screziato dall’elettronica (Creta, sempre dalla forte impronta cantautoriale), la malinconia asincrona e liquida di Nel Viaggio (una delle migliori track, dalla profondità quasi abissale; bellissima la voce femminile, sempre “sirenoide”, che raggiunge vertici di cristallo in L’estensione del Bene, cupissima rilettura lenta e violacea). Gli echi differiti di Soventi Venti, una track che piacerà ai fans dei Cure del periodo Seventeen Seconds. L’aritmia asincrona che conserva un’aura quasi No Wave in L’ultima Cosa e Sirena (una delle track più serrate e ruvide, oltre che sperimentali e quasi dadaiste); L’ultima Cosa si dilegua in derive liquide (sempre con le vocals maschili e femminili che si alternano). La bellissima e fatata Ara Rossa, dagli archi vellutati, la cupa e strisciante -in piena tradizione Dark Wave Non m’è permesso (ottima track!), e Piangi Pioggia, che si tramuta in un unico lamento funebre (da applausi le vocals distorte, che acquistano una bellezza quasi sepolcrale, da averno, mentre la voce maschile declama, con disperazione, fallimenti e malinconie).
Altra conferma di casa nostra, per le sonorità più cupe e introspettive.
Ultima cosa: i testi (Un nome su tutti: Piangi Pioggia). Come nel caso di Dagon Lorai, testi assolutamente curatissimi, emozionali, profondi, ricercati. Un applauso!
L’inguine di daphne – I Danni del Desiderio