Parabola triste e significativa è quella dei The Sound e del loro chitarrista, cantante, nonché figura principale Adrian Borland.
Formatisi a Londra nel pieno dell’esplosione post-punk e della nascente dark-wave, destinati purtroppo a vivere al di sotto della lunga ombra dei grandi nomi della scena contemporanea (Joy Division, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees), dopo aver lavorato per “Propaganda” quello che sarebbe stato teoricamente il loro primo album, mai dato alla luce, i The Sound produssero il loro primo album ufficiale, “Jeopardy”: un’autentica perla post-punk (nel quale vengono ripresi tre brani registrati in precedenza per “Propaganda”: “Words fail me”, “Missiles” e “Night vs day”), un’esordio formidabile in cui il gruppo mostra le sue grandi potenzialità.
Solo un’anima fragile e ferita dal peso dell’esistenza come quella di Adrian Borland poteva concepire un album come questo, ricco di sfumature, permeato da una forte essenza intimista (come si può già intuire dalla copertina dell’album, sghemba e minimale) e da un fresco ma non ingenuo spleen giovanile (ma già maturo), oltre che ben elaborato nei suoni, mai troppo opprimenti o decadenti.
Costituito da atmosfere enigmatiche e suoni misteriosi ed ipnotici (a tratti distesi, in altri momenti molto più accelerati), che sembrano provenire dalla luce del crepuscolo, l’album si apre con “I can’t escape myself”: un crescendo di vibrazioni sonore ed emotive minacciose, cariche di abbandono, simili al modo in cui ci si può sentire quando la mente è attanagliata.
“Heartland” è la seconda energica traccia, trascinante ed adrenalinica, a cui seguono i versi: “I hate the quiet times, I need some company, I miss the noise of life, The silence deafens me…”, versi di una ineluttabile e notturna “Hour of need”.
Tipicamente post-punk nel ritmo è invece “Words fail me”, fragorosa, con sprizzi di gioia pop al sax, dopo la quale inizia in modo completamente opposto, lenta e ritmata , sostenuta da una base semplice e regolare (che va poi evolvendosi), “Missiles”.
Aperta da un assolo graffiante “Heyday” è un susseguirsi di battiti vitali post-punk che termina lasciando spazio all’irruenza degli strumenti.
Rende bene l’idea di “Pericolo” e di “Azzardo” (insomma di qualcosa di sospetto), con i suoi ritmi ben scanditi e i cambiamenti di tempo, l’omonima canzone titolo dell’album, “Jeopardy”.
La lenta, acida ed agonizzante ballata atmosferica “Night vs day” da invece il tempo di perdersi, come tra la nebbia, in una dimensione sconosciuta ed ostile, prima di essere scaraventati nell’energia, negli interessanti suoni di tastiera (con un non so che di horror) e nelle variazioni sonore di “Resistance”.
“Una legge non scritta” (“Unwritten law”), è invece quella della vita, che consuma lentamente, lasciando nient’altro che uno strascico di polvere soffiato via dal vento e che ha portato il compianto Borland, ormai completamente in preda ai demoni della sua mente, a porre fine alla sua vita sui binari della Wimbledon station a Londra (in tempi neanche poi così remoti).
Chiude l’album un’estraniante “Desire” (dopo la quale, ma solo nella riedizione del 2002, sono presenti anche le quattro canzoni del “Live instinct ”ep) con i suoi battiti di batteria simili a pulsazioni del cuore, come a darci l’idea che la quintessenza del cantante risuoni ancora.
In un periodo come quello degli anni ’80, in cui il carisma, l’immagine e “l’apparire” hanno avuto un’importanza enorme non c’è stato spazio per un gruppo semplice all’aspetto e per la sua musica, la cosa più importante.
“Jeopardy” è un album molto più virtuoso ed eterogeneo rispetto al secondo album del gruppo “From the lion’s mouth”, che non può non toccare delle corde interiori, è la lunga scia di una meteora che scompare dopo pochi attimi nel buio.
October leaf
Darkwave
1980
The Sound